LA GIUDECCA: RISERVA INDIANA
Quando uno spazio urbano ti fa sentire il luogo
Su Rai 3 si è da poco conclusa una trasmissione in cui il conduttore, come a voler strappare un ultimo segreto all’ospite, chiedeva: Qual è la tua riserva indiana? Non solo un luogo reale ma un angolo remoto dove sopravvivono sentimenti dimenticati e un’umanità silenziosa.
A questa domanda mi è tornato in mente Dieci inverni, il film del 2009 ambientato a Venezia. Non la Venezia monumentale, ma una Venezia altra, fatta di margini, di isole minori, di spazi nascosti tra le pieghe della città. Il film si muove tra l’isola di Sant’Erasmo, i Giardini delle Vergini all’Arsenale, San Pietro in Castello.
Luoghi che sfuggono agli itinerari obbligati.
Allora ho ricordato un luogo a Venezia che è una riserva indiana.
Per raggiungerlo bisogna fare un giro largo, lasciandosi alle spalle le calli affollate. Si attraversa Campo Santa Margherita, si percorre Dorsoduro fino alle Zattere, e da lì ci si imbarca sul vaporetto. Si approda alla Giudecca e il clamore sparisce, perché l’acqua separa e protegge. Lungo la Fondamenta si supera il Redentore, la Casa dei Tre Oci e il nuovo ostello e si raggiunge un piccolo locale affacciato sulla vista più bella della città. Davanti, la Venezia monumentale – San Marco, la Punta della Dogana – appare lontana e sospesa. Qui, invece, voci basse e gabbiani appoggiati sulle bricole che cercano gli avanzi dei cicchetti caduti dal tavolo.
È qui alla Giudecca che Venezia ritrova la sua essenza preziosa. Un luogo di attesa, dove la città si mostra senza travestimenti, in cui bastano pochi tavolini con delle sedie per creare uno spazio di design urbano accogliente e funzionale che è un invito discreto a sostare e a guardarti attorno.